martedì 14 dicembre 2010

Laura Guglielmo, Introduzione al libro di Flavia Tronti L'INDUSTRIA CIVITONICA AL TEMPO DELLA CRISI



Copertina del libro di Flavia Tronti

Laura Guglielmo

Introduzione al volume:
Personale al completo: l'industra civitonica al tempo della crisi / Flavia Tronti ; introduzione di Laura Guglielmo. - Civita Castellana : Stampa Tip. Punto Stampa, 2010. - 94 p.,  [79] p. di tav: ill. B/N ; 22 cm.

Civita Castellana è nota ai più come distretto industriale legato alla produzione ceramica, ad altri per il duomo cosmatesco o il Forte Sangallo ed i reperti falisci in esso custoditi. Due volti, quello economico-produttivo e quello artistico-archeologico, che caratterizzano in egual misura la città ma che, molto spesso, sono vissuti in maniera separata, contrapposta.
Questa pubblicazione prova a coniugarli attraverso l’arte fotografica, stimolando un dialogo tra istanze industriali e culturali. Il libro costituisce anche un “passaggio del testimone” perché realizzato da una giovane fotografa che, puntando l’obiettivo sia sull’essenza storica sia sulla realtà attuale della città, la rende testimonianza e traccia di un’identità collettiva.
Dietro il filtro della lente fotografica Flavia Tronti mostra la fabbrica, non solo come centro motore dell’economia locale o luogo di lavoro e fatica, come terreno di confronto tra due parti sociali, ma anche come monumento presente e vivo dell’identità collettiva e individuale dei lavoratori, di una comunità, di un territorio. Un “monumento industriale” che è simbolo di tradizioni trasmesse di generazione in generazione e che dimostra una sua bellezza al di là dei criteri estetici attribuiti all’arte, intesa in senso stretto. L’autrice mette in risalto gli aspetti meno evidenti del mondo della fabbrica, immortalando momenti, personaggi e luoghi di una storia locale che affonda le sue radici in epoca pre-romana e arriva fino al design dei giorni nostri.
Esiste, infatti, un fil rouge che attraversa i secoli e che collega il bucchero agli ultimi modelli delle aziende civitoniche, esposti nelle più importanti fiere mondiali. Ma c’è anche un aspetto archeologico che rende i nostri prodotti, intesi come reperti, ancora più preziosi, oltre che nell’attualità del momento, anche in una prospettiva futura.
Flavia Tronti ha realizzato più di quattrocento foto, in oltre due anni e mezzo di lavoro, rispondendo sia ad un’esigenza di documentare l’archeologia industriale del territorio (ex Marcantoni, ex Coletta, etc.), sia di raccontare la quotidianità delle fabbriche ancora in piena attività (Simas, Flaminia, etc.) che costituiscono il presente e il futuro del distretto industriale.
L’intero lavoro è completamente dedicato alla figura dell’operaio, inteso come singolo individuo e non come rappresentante di un gruppo-massa. Spesso, infatti, il lavoratore è stato ritratto da solo mentre svolge il suo lavoro e risulta, volutamente, ben riconoscibile.
Innanzitutto l’autrice ha scelto, con un approccio da osservatore, di porre attenzione sull’operaio: «Il mio atteggiamento è stato quello di un osservatore-ascoltatore che chiede, mentre la persona lavora, di essere lì e guardare ciò che svolge nel quotidiano. Sono tantissimi i temi che si possono ulteriormente approfondire sull’argomento, ma in questo momento di crisi generale ho ritenuto che fosse giusto concentrarsi su questo aspetto. Ho fotografato gli operai solo sul posto di lavoro e mentre svolgono le loro mansioni. Ma la vita della fabbrica non consiste solamente in quello che si vede nelle mie foto. Non ho la presunzione di aver testimoniato tutta la sua realtà: la fotografia, attraverso l’inquadratura, è sempre una selezione del reale».
All’interno di questa tematica più generale che funge da traît d’union, troviamo quelle che possiamo definire delle sotto-tematiche: l’ambiente di lavoro e i mezzi di produzione, sempre presenti nelle immagini.
A livello concettuale l’autrice si è ispirata soprattutto alla fotografia sociale e allo stile documentaristico americano, sviluppatosi dalla Grande Depressione in poi, ed in particolare alla fotografia di Margaret Bourke-Whyte, Dorothea Lange e Robert Frank. Non è da meno  l’influenza che, dal punto di vista iconografico, ha esercitato sul suo gusto fotografico il cinema Neorealista. Tali influenze sono immediatamente rintracciabili nell’uso del  bianco e nero e dei primi piani, dettagli e  inquadrature d’ambiente. La serialità è stata utilizzata sempre e solo come criterio stilistico (ad es. il bianco si ripete molte volte, come colore dei pezzi e delle magliette indossate dagli operai). Il tutto è stato realizzato senza ricorrere alla manipolazione digitale delle immagini.
Un lavoro lungo e articolato derivante, non solo dal desiderio di dar luce, senza finalità d’inchiesta né tanto meno di denuncia, ai lavoratori, ma anche di esprimere un’esigenza individuale: «Questo libro fotografico nasce dalla necessità personale di raccontare il lavoro dei ceramisti: mio nonno, mio padre e mio fratello hanno lavorato e lavorano in fabbrica. In questo libro c’è un connubio tra una spinta emotiva e l’interesse per la fotografia sociale. Per me, ovviamente, la fotografia è il mezzo più adatto a raccontare il mondo della fabbrica, ma mi rendo conto che questa convinzione ha una valenza soggettiva».
Se da ciò che una società produce si possono dedurre i suoi usi, i costumi e la sua storia, per molti anni a Civita Castellana, oggi riconosciuta “città della ceramica”, è stato davvero così, in maniera univoca e inscindibile.
La storia di un'impresa è, infatti, un campo vivo e articolato in cui si intrecciano vari fattori in stretto rapporto tra loro: la storia del prodotto e della sua evoluzione, la cultura del territorio e l'ambiente sociale che si sviluppa intorno all'azienda.
Questa relazione tra la realtà della fabbrica e la vita della città è cambiato negli anni, subendo le conseguenze dei mutamenti economici, politici, sociali a livello locale e globale. Oggi questo rapporto tra la cittadina e il distretto industriale è molto diverso da quello esistito nel secondo dopoguerra, ma alcune costanti si possono ancora rintracciare.
Innanzitutto va detto che l’apporto dato dalle risorse umane, nella competitività e nell’efficacia delle fabbriche civitoniche è una condizione necessaria e fondamentale per il loro rendimento: la grande specializzazione della manodopera locale è un valore aggiunto dell’impresa distrettuale rispetto ad un’impresa meno ancorata al bacino locale.
La presenza in un territorio delimitato di più individui che svolgono lo stesso lavoro crea una comunanza che diventa un fattore di socializzazione. Ciò innesta un interscambio di conoscenze e un sapere condiviso che viene stimolato vicendevolmente e, quindi, continuamente alimentato. Ecco perché, ancor prima che della sua istituzione, il territorio di Civita Castellana costituiva già un “distretto industriale”, rispondendo senza saperlo, con i suoi vizi e le sue virtù, a quei criteri stabiliti dalla L. 21.4.1993.
Un “distretto industriale” è per sua natura fortemente legato ad un nucleo identitario che, negli anni e nel caso di Civita Castellana, ha agito sulla città come cemento sociale.
Ecco perché se un'azienda cessa la sua attività produttiva continua comunque a rappresentare un’importante matrice identitaria, soprattutto se i suoi prodotti, i luoghi e i nomi entrano a pieno titolo nella memoria collettiva.
I beni industriali, infatti, anche quando obsoleti e superati, contengono in sé un valore immateriale di testimonianza sociologica, tecnologica ed estetica di un'era.
In Italia non si ha l'abitudine di considerare le aree industriali dismesse come monumenti, perché non si pensa la cultura industriale come parte integrante di quella nazionale. Negli ultimi anni è riscontrabile, però, una controtendenza di rivalutazione dei distretti industriali in disuso o con diversa destinazione d'uso.
Già dagli anni ’60 si registra la nascita di un interesse considerevole da parte della scienza e dell’arte per quella che oggi definiamo archeologia industriale, ma è negli anni ’70 che la nuova disciplina inizia ad avere notevole seguito. In Italia questa branca di studi si sviluppa con un decennio di ritardo, quando diviene consapevole il passaggio dal fordismo al post-fordismo. È tra gli anni ’80 e '90 che le cose cambiano anche nel nostro Paese.
Nel 1994 il Ministero per i Beni e le Attività Culturali crea, per la prima volta, una Commissione Nazionale per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale e ambientale industriale. In quegli anni nascono anche le prime cattedre di sociologia e archeologia industriale, presso gli atenei di Viterbo e Lecce. Il bene archeo-industriale inizia ad essere considerato per il suo duplice valore: diversamente da altri beni culturali, esso costituisce una testimonianza dell’industrializzazione e un reperto dal valore simbolico che prescinde dal suo carattere estetico e dalla sua finalità pratica.
Ma vediamo come questi presupposti teorici si realizzano nel rapporto tra Civita Castellana e le sue fabbriche, centro di un’identità industriale, lavorativa e sociale sviluppatasi e consolidatasi negli anni, attraversando molteplici fasi.
In questa sede non si intende portare avanti, in maniera dettagliata e approfondita, una riesamina storica degli sviluppi della città dal punto di vista della produzione ceramica, cosa che in altri testi è già stata fatta in maniera più esaustiva e competente, ma semplicemente accennare i passaggi-chiave che hanno portato, secondo chi scrive, alla realtà  industriale attuale.
Dall’epoca pre-romana, quando tra il monte Soratte, il Tevere e i monti Cimini era situata Falerii Veteres, la ceramica ha fatto parte della storia di quella che poi sarebbe diventata Civita Castellana.
Dopo la distruzione della città effettuata dai romani nel 241 a.C., Falerii venne ricostruita dai Falisci e divenne uno dei grandi centri di produzione ceramica fino all’VIII sec., quando le incursioni barbariche misero a dura prova la popolazione. La ceramica cadde nell’ombra durante tutto il Medioevo e ricomparve “solamente” durante il Rinascimento: nel 1556 fu fondata la prima “Corporazione dei vascellari”.
Durante il XVII e il XVIII secolo i traffici commerciali dei prodotti ceramici aumentarono notevolmente e la loro produzione ebbe un grande sviluppo grazie anche alla presenza in loco di una risorsa fondamentale come il caolino. Uno dei maggiori interlocutori commerciali, a quel tempo, era lo Stato Pontificio.
In quegli anni l’arte ceramica toccò apici ineguagliabili, tra gli esponenti di maggior spicco: Consalvo, Buonaccorsi e soprattutto Giovanni Trevisan, detto “Volpato”, che attribuì un vero e proprio stile alle ceramiche civitoniche, apportando notevoli cambiamenti e dando vita al famoso “biscotto”.
Nei primi del ‘900 ci fu, invece, una svolta nella tipologia di produzione: venne inaugurata la fabbricazione di sanitari e lavabi. Nel secondo dopoguerra le fabbriche civitoniche assunsero realmente un’impronta di tipo industriale. Ciò avvenne in due momenti collocabili, il primo, tra gli anni ’50-’60 e, il secondo, tra gli anni ’70-’80.
Gli anni ’50 sono gli anni della crisi economica post-bellica e, in reazione alla chiusura di molte fabbriche e ai licenziamenti, nacquero le fabbriche a gestione collettiva/collegiale o cooperative e, con esse, prese sempre più piede la figura del socio-operaio, a metà tra lavoratore e proprietario. Questo nuovo assetto garantì per trent’anni la floridità del settore.
Con gli anni ’60, ci si lascia alle spalle il pesante strascico del secondo conflitto mondiale e arriva un vento nuovo: è il boom economico. Sono anche gli anni delle prime conquiste per quanto riguarda la sicurezza sul posto di lavoro, ottenute anche grazie alla sensibilità e allo spirito d’iniziativa dell’allora sindaco, l’on. Enrico Minio. Risalgono ai primi anni Cinquanta, infatti, le prime pubblicazioni a riguardo. Sempre in questo periodo sopraggiungono grandi innovazioni tecniche, come i forni a tunnel e la barbottina liquida negli stampi. La produzione, inoltre, non è più a cottimo ma diviene contrattuale.
L’equazione lavoro-partito-sindacato è molto forte e costituisce uno dei pilastri dell’intero sistema industriale e sociale.
Gli anni ’70 si possono suddividere in due momenti. Il primo si contraddistingue per l’incremento della produzione, la maggiore differenziazione dei prodotti, l’immissione di manodopera meno specializzata e l’immigrazione di lavoratori dal comprensorio. La seconda, che coinvolge l’intera nazione, comprende gli anni dal 1975 in poi, quando la crisi energetica penalizza le aziende che intrattengono rapporti commerciali con il mercato arabo.
Gli anni ’80 mostrano un capovolgimento della situazione: il mercato europeo crolla e si apre la corsa per aggiudicarsi le nuove frontiere commerciali in Medio Oriente. Nel frattempo avviene una sostituzione del lavoro manuale con l’utilizzo di macchinari e di nuove invenzioni robotiche. Si assiste al declino della figura del socio-operaio. In alcuni casi avviene, addirittura, l’incorporazione della fabbrica in altre aziende.
Negli anni ’90 i cambiamenti maggiori sono la de-localizzazione della produzione all’estero, dove i costi del lavoro sono minori, e l’inserimento di manodopera straniera dovuto ai nuovi flussi migratori.
Tale veloce carrellata storica ha solo l’intento, nel suo piccolo, di offrire una panoramica dei fenomeni e degli accadimenti che hanno contraddistinto il microcosmo industriale civitonico.
Ma ciò che non emerge dai fatti e solo chi vive e lavora a Civita Castellana può conoscere è il suo tessuto identitario che, come la polvere delle fabbriche, si è insinuato negli interstizi sociali del paese, divenendo elemento unificante di una cittadina e delle sue diverse istanze interne.
Flavia Tronti, con uno sguardo partecipe ma obiettivo, empatico ma mai nostalgico, mostra, attraverso la semplice complessità della fotografia, gli ambienti e i protagonisti di alcune tra le industrie locali più rappresentative, dando vita ad una narrazione per immagini che racconta, con disincantata poesia, le radici, forse le più forti e sincere, di un’intera comunità.



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