martedì 14 dicembre 2010

Civita Castellana: il territorio comunale nelle sue evidenze e nella sua evoluzione storica.


A cura di J. RASPI SERRA e M. NELLI
Coordinamento di Giuseppe Simonetta


       Rileggere graficamente l’andamento evolutivo del tessuto che limita il centro di Civita Castellana, significa ripercorrere lo svolgimento storico dello stesso nucleo del cui contesto esso è elemento indissolubile, presupposto fondamentale.
       Ulteriore prova, questa, che il significato di una evoluzione urbana è imprescindibilmente stretto all’area che la circonda che è il polo opposto a cui idealmente nei secoli si è contrapposta l’evidenza che ha, poi, realmente finito per predominare.
       Chiaro, dunque, che per giungere alla comprensione di ogni azione urbana moderna e ai presupposti della sua forza economica si debba considerare il dato dell’insediamento, visto non solo in se, cioè quale evidenza storica, ma come testimonianza di un discorso che non ha limiti cronologici in quanto, in realtà, copre l’intera evoluzione dell’ambiente. Di qui la difesa dell’area che per essere operativa, non potrà prescindere da quel contesto considerato nella sua pluralità dinamica.
       Seguire l’iter evolutivo dell’ambiente in esame, significa, dunque, sperimentare direttamente il valore del blocco storico gramsciano città/campagna, considerando che entrambi i poli , fin dall’epoca preistorica, divengono sede di un processo che alternativamente si realizza come causa ed effetto.
       Anteriormente alla formazione del “castrum”, e quindi di un’economia agricola e poi commerciale, i più antichi ritrovamenti nel comprensorio indicano a Fabrece un’antica presenza di epoca litica, cui corrisponde un tipo di insediamento cavernicolo – seguito anche nell’ambiente dall’uso di capanne – accompagnato da un’economia basata sulla pastorizia.
       A questo primo fenomeno associativo, che si evidenzia negli ampi gruppi familiari, si relazionano dunque, le grandi caverne naturali ancora oggi “isolate od a gruppi, sugli scoscendimenti delle rupi”, secondo una tipologia particolarmente individuata nello studio del Gamurrini-Cozza-Pasqui-Mengarelli – Carta Archeologica d’Italia, pag. 369 e sgg., che è presente anche nella zona di Monte Lombrica e sul colle di Celle, dove i ritrovamenti segnano il periodo del bronzo tardo, cui corrisponde anche la necropoli di Montarano.
       Si assisterebbe quindi, nell’area in esame, al fenomeno registrato in altre zone dell’Etruria (G. Colonna, in Studi Etruschi, XXXV – 1967, pagg. 3-30) che vede sedi montane dell’età del bronzo, a carattere appenninico-pastorale, seguite nel periodo del ferro recente – VII sec., da uno stabilizzarsi nelle medesime sedi, secondo una tipologia insediativa che non verrà più abbandonata.
       Il fenomeno, legato ad una viabilità di crinale, registra, dunque, il formarsi di una serie di nuclei che, su evidenze opposte, secondo una morfologia diffusa in Etruria, misurano in diagonale il percorso tra il fiume e l’entroterra sia a livello difensivo che a livello di scambio.
       Era inevitabile che il fulcro di questa linea ideale, cioè il colle di Vignale, divenisse primo nucleo del centro che controllerà dall’alto di una arce naturale la confluenza del Treia e del Tevere.
       Accettare l’ipotesi sostenuta dalla Taylor di una supposta acropoli sul Vignale sembra probabile alla luce della particolare morfologia dell’ambiente che si pone come baluardo avanzato del centro ed, anche considerando le future vicende insediative del nucleo.
       Oggi il percorso storico del Vignale viene misurato dalle primitive caverne ai resti dei due templi indici già, nei loro reperti, di quei caratteri culturali del VI secolo che provano come in quest’epoca il sito partecipasse, con l’estensione urbana sul Colle dello Scasato, a quel fenomeno di rapporti commerciali che relaziona tutta l’Etruria.
       A questo momento corrisponde una società, originata dalla fusione dei diversi clans, basata prima sull’agricoltura, ma, ben presto, innestata in un vasto sistema viario-commerciale di cui Falerii rappresenta uno dei gangli fondamentali nei “percorsi” di scavalcamento che univano la costa tirrenica alla viabilità fluviale e, quindi, ai popoli dell’Umbria e della Sabina.
       Se questa funzione di nodo viario viene chiaramente provata dai ritrovamenti in Falerii, che indicano, come è noto, rapporti con la civiltà Etrusca, la funzione agricola del centro viene indicata sia dai numerosi silos, ancora oggi esistenti sotto le case di Civita, che dal continuo dialettico rapporto con l’ambiente limitrofo, provatoci dalla viabilità secondaria.
       I numerosi percorsi di discesa verso il fondovalle sembrano, infatti, provare l’accesso ai poderi che dovevano, come oggi, stringere il centro nel quale, col progredire dell’attività agricola – come è noto dall’età del ferro – risiedevano i vari nuclei familiari che conducevano i vari appezzamenti coltivati ormai a maggese. Da sottolineare come a questo momento corrisponda un nuovo indice economico che si realizza nella proprietà individuale secondo un nuovo carattere associativo registrato nella famiglia e nel castrum, ricco anche per i citati scambi commerciali.
       Al centro che si fortifica (resti delle mura nella parte Sud dello Scasato, lungo la linea del forte, sotto l’ospedale) corrispondono una serie di centri minori disposti a nodo lungo i percorsi. A questi nelle direzioni dei poli di maggior importanza si relaziona una rete viaria alle porte di Città (a Sud, a Nord, la “Postierla”, la “Lanciana”, la porta civoscea presso la rupe dell’attuale monastero annesso alla chiesa di S. Maria dell’Orto). Le porte collegavano ai templi della valle, alle necropoli, ai centri del territorio riproponendo una dialettica comprensoriale tra nucleo ed area limitrofa.
       Da segnalare come elemento fondamentale nella struttura il tufo, nel quale vengono intagliate le case ipogee del Vignale, scavati i condotti e i depositi d’acqua, i percorsi viarii, su cui si innestano i filari di massi squadrati posti alternativamente per lungo e per testa che caratterizzano le murature dell’epoca.
       L’andamento del centro doveva essere, dunque, per lo più rupestre, secondo la testimonianza che anche i centri vicini ci hanno tramandata, contornato da piccoli pagi a carattere ipogeico, spesso difesi da opere murarute.
La viabilità si avvaleva ora anche di percorsi di fondo-valle spesso paralleli ai corsi d’acqua, mentre venivano conservate anche le antiche vie di crinale. Anche in questo senso Falerii si trova al centro di un sistema che nel raccordo con Sutri organizza un forte ponte di trasmissione dall’Etruria Meridionale (Blera, Tuscania) alla viabilità centro-peninsulare.
       La morfologia del centro assume la tipicità di quella dei numerosi pagi del territorio: ad andamento poligonale, si offriva inaccessibile, scendendo a picco sui torrenti (Rio Filetto, Treia, Rio Maggiore) che limitavano l’altura difesa da un fossato nella zona opposta al balcone naturale (l’attuale Forte), guadi e ponti (è conservato il Ponte Terrano) si offrivano di raccordo.
       Tra i pagi del territorio, disposti lungo i percorsi che incentravano a Falleri o la limitavano – come l’andamento di crinale che sarà poi la Flaminia -, forse il più notevole è il pagus di Lucciano, munito di cinta e di vallo. E’ evidente il valore agricolo di questi centri che misuravano i percorsi tra i poli maggiori (Castel S. Elia, Sutri, Nepi, Corchiano), ma notevole anche la loro funzione di raccordo e di difesa. Tuttavia dopo la battaglia del 241 la zona non regge all’impatto con il mondo romano, non solo in senso bellico ma anche riguardo ad una nuova formulazione economico-viaria.
       La creazione del centro di Falerii Novi non rappresenta solo un suggello politico ma soprattutto una nuova interpretazione di strutturazione territoriale. Ciò si vede sancito nella nuova rete viaria che corre in senso longitudinale, e nella centuriazione dei terreni intorno al nuovo centro romano.
       Quanto a Falerii Veteres non si può certo parlare di una distruzione del centro, l’indagine archeologica indica che verso il II sec. d. C. una parte della città venne usata come cimitero (tombe coperte da tegole sono state ritrovate nella zona del Castello, quanto all’ipotesi di una “colonia Junonia” questa rimane assai discussa).
       In uso sicuramente la zona culturale collegata dalla “via sacra” che univa Falerii Novi al tempio gi Giunone, attivo fino ad epoca imperiale. D’altra parte una serie di opere (ponti, strade, acquedotto) e di monumenti (mausolei) rende sostenibile l’ipotesi dello sfruttamento della viabilità precedente, usata quale raccordo tra i due nuovi percorsi longitudinali dell’Amerina e della Flaminia.
       La caduta dell’Impero Romano e conseguentemente, del sistema commerciale imperniato sulla viabilità, il disfacimento del latifondo, spesso succeduto alla “centuriatio”, provocano nel nostro territorio una grande crisi collegata al progressivo decadere di Falerii Novi, il cui vescovo si trova nel 499 contemporaneamente a capo anche della vicina Nepi.
       Prima di giungere al sicuro riconoscimento dell’esistenza di Civita Castellana nel X secolo, numerosi, validi indizi sottolineano l’attivo risorgere di vita nello antico centro.
       Gli insediamenti monastici sul Colle del Vignale (S. Cesareo) o su quello di Celle (S. Selmo) o all’estremo lembo occidentale della città (S. Ippolito) indicano come nella prima epoca medioevale sia vivo il recupero per le antiche grotte preistoriche o per le abitazioni ipogeiche (Vignale) qui, come altrove, nel territorio della Tuscia e come, ugualmente, avvenga la riconferma delle antiche posizioni acropoliche di dominio.
       La nuova importanza assunta dalla Flaminia, che giustifica, anche la vicina diocesi di Acquaviva, ricordata tra il 465 ed il 502, da identificare con la mutatio Aqua viva, e dal Tevere fin dalla guerra gota (V – VI secolo) rendono accettabile questa ipotesi mentre la situazione monastica appare chiamata trovandosi al centro dell’asse tra i nuclei del Soratte e di Castel S. Elia.
       Un ipotetico antico insediamento anche nella zona dello attuale Duomo, potrebbe essere provato dal ritrovamento di abitazioni ipogeiche alto medioevali.
       Il territorio di Civita Castellana offre interessanti elementi allo studio del paesaggio dal grande impianto agricolo romano al frazionamento proprio del periodo medioevale. Sintomatico è il nuovo scomporsi dell’assetto nei nuclei indici di quel recupero della piccola proprietà, particolare a partire dal VI secolo, che porterà alla rinascita del mercato basata, appunto, sulla riforma della “piccola proprietà”.
       Il nuovo incremento dato alla produzione agricola emerge già dal VI-VII secolo, quando si assiste all’incastellamento nel nucleo che, proprio con il toponimo “massa Castellana”, indica una nuova riunione di fondi, cioè secondo la interpretazione del Carli (Storia del Commercio Italiano, Padova, 1934), un insieme di fondi di proprietari della stessa comunità.
       Nel completo recupero del castrum antico si ritrova l’antico dominio del centro sul territorio anche secondo i medesimi caratteri economico – difensivi.
       La discussa epigrafe del vescovo Leone datata all’VIII – IX secolo riporta in effetti un elenco di fondi (secondo l’interpretazione del Carli potrebbero intendersi “grandi poderi e villaggi”) che provano la presenza di alcune importanti collettività agricole (come il fundum Terrani) nelle immediate vicinanze, oltre il già progredito uso della mola che fa pensare a culture più curate: sono, infatti indicati noceti ed orti.
       A livello viario una serie di raccordi lega l’agglomerato al fiume ed alla Flaminia mentre diminuiscono di importanza i raccordi con l’interno cioè con l’Amerina, la Sutrina, la Cimina, strade cadute in disuso.
       Contemporaneamente la Massa Castellana diventa fulcro importante e baluardo sicuro della Chiesa contro le mire del ducato Spoletino e difesa dei percorsi verso la romana Perugia, inizia, cioè, a rappresentare quel centro di potere romano che diventerà poi per tutto il Medio Evo salda difesa.
       Nel periodo che vede la trasformazione del centro da Massa a Civitas (prima menzione nel 998), cioè in sede vescovile, polo delle zone limitrofe, che riunisce in se gli abitanti delle campagne e dei castelli distrutti soprattutto delle sedi fronteggianti la Flaminia, la strutturazione del centro dovette passare da un primo aspetto troglodita e in semplici costruzioni murarie ad una formulazione che rispecchia le nuove esigenze politico economiche. Il recupero è oggi solo in parte evidente nel centro per il momento dell’VIII – IX secolo, dati alcuni esempi di nuova edilizia, mentre sarà palese solo successivamente nell’area limitrofa che in precedenza deve aver utilizzato strutture preesistenti.
       Una delle prove più valide, della nuova incentivazione del centro, di cui è oggi perduta la morfologia dell’abitato, oltre la ricca decorazione scolpita, databile al IX secolo, è l’erezione di Santa Maria dell’Arco, la più antica Cattedrale di Civita Castellana. Indubbiamente la tematica strutturale doveva, come l’elemento decorato assumere valore di programmazione attuale.
       Il citato esempio di Santa Maria dell’Arco, modellata sulle Chiese romane del IX secolo, assume valore emblematico, anche a livello dell’intera Tuscia. Esso, pur attraverso le deturpazioni dovute ai restauri, offre una planimetria di stretta impronta romana. Inoltre diviene indizio di particolare riconferma dei caposaldi dell’antico insediamento la situazione della Chiesa identificabile con il recupero di uno dei nodi fondamentali del tessuto viario antico, legato ai percorsi della valle ed alla viabilità principale.
       In effetti, a questo punto, sembra sancita una svolta che vede coincidere con la conquista del definitivo assetto territoriale e della ritrovata economia dei singoli nuclei, la nuova edilizia che assume il valore di indice di un programma tematico.
       Le evoluzioni fenomenologiche successive seguiranno nel loro succedersi nuove situazioni politiche e nuove conquiste economico-sociali. Spesso, tuttavia, nelle nuove implicazioni sovrastrutturali verrà meno quel valore di effetto primario che le più antiche situazioni denunciavano ancora nella loro più urgente e scoperta essenza.
       La chiave del titolo di “locum tutissimum” dato da Adriano IV (Liber Pontificalis, 1, 390) a Civita Castellana è proprio nell’area territoriale limitrofa al centro successivamente alla trasformazione del centro in civitas identificabile nel momento dell’insediamento vescovile, è il fortificarsi del territorio mentre il centro viene raccordato alla viabilità sottostante da porte, ponti ed opere viarie.
       Chiaramente la zona fortificata è lungo la Flaminia “arteria” più che mai importante per i suoi raccordi con il Nord, ed il suo diverticolo (Torre Chiavello, Torre dei Giacanti), con una prima linea avanzata conclusa nel Castello di Borghetto, ed una più interna che ha come caposaldo Castel S. Giovanni collegato alle spalle alla antica viabilità che da Monte Lombrica – vicino è il nuovo insediamento di S. Susanna (XII secolo) – recupera direttamente il centro.
       La Fase edilizia è contraddistinta da murature a conci rettangolari, saldati con malta, cui succede la strutturazione tipica per la Tuscia a conci quadrangolari, propria del XIII secolo, palese a Borghetto.
       La conclusione di questa fase edilizia è di nuovo nel centro, che con la strutturazione del Duomo (già in erezione fin dalla metà del XII secolo) riconquista l’antico limite del nucleo.
       L’intero del Duomo, sigillato dal tappeto musivo, completa i presupposti tematici della facciata, anche simbolici. La paratattica continuità dell’ambiente realizza, infatti il significato emblematico dell’arco, che interrompe il portico di tradizione romana: nell’innesto della fascia mediana del litostrato nella direttrice della città. Attraverso l’arco, simbolo di Roma, la chiesa si conclude nella città, e nella sua area e questa nella chiesa.
       Nel 1199 il Comune di Civita Castellana, rinunziando alla libera elezione del podestà, otteneva la revoca dello interdetto lanciato da Innocenzo III: nella sottomissione si ricostituiva il “locum tutissimum” della Chiesa, dominante un importante nodo verso il Ducato spoletino.
       Non sembra che gli ulteriori accrescimenti urbani contraddicono questa posizione che solo con l’erezione del Forte avrà un completo suggello e un definitivo rinnesto sulla prima, fondamentale morfologia; ad analisi ravvicinate ogni ulteriore evoluzione è continuità o modifica di un impianto precedente (si veda l’esempio del Ponte Clementino che ricalca un più antico importante percorso, l’allacciamento con la zona più attiva fin dall’antichità).
 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:

-          Degl’Effetti, memorie di S. Nonnoso, Abbate del Soratte, e di luoghi convicini e loro pertinenze, Roma, 1675
-          F. Ughelli, Italia sacra, I, Venetis, 1717, coll. 596 – 604
-          W. Gell, The topografy of Rome and its vicinity, London, 1834, pagg. 290-297
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-          S. Cappelletti, Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai giorni nostri, VI, Venezia, 1847,    
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-          G. Moroni, Dizionario, XIII, Venezia 1840 – 1857, coll. 287-297
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-          1903, pagg. 83-116 ; XXV, 1905, pagg. 365-399
-          P. F. Kehr, Italia Pontificia, II, Berdini, 1907
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-          G. Battelli, Latium, Città del Vaticano, 1946, pagg. 383-391
-          M. Mastrocola, Notizie storiche circa la Diocesi di Civita Castellana, Orte e Gallese, Civita Castellana, 1965 passim                                                    
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-          G. Pulcini, Falerii Veteres, Falerii Novi, Civita Castellana, Civita Castellana, 1974, passim
-          J. Raspi – Serra, Le Diocesi dell’Alto Lazio, Spoleto, 1974, pagg. 56 e seg.
-          J. Raspi – Serra, in Mélanges de l’Ecole francaise de Rome(in stampa)

        Da quanto esposto sia nel resoconto che nell’indagine grafica emerge che la zona storicamente vita fin dall’antichità gravita essenzialmente sul bacino del Treia, tuttavia a livello di salvaguardia sembra impossibile estrapolare le singole località (Terrano, Celle, Vignale, Castellaccio, La Penna, Monte Lombrica, Borghetto, Castel S. Giovanni, in una direttrice e Fabbrece, Valsiarosa in un’altra) quanto sembra invece opportuno studiare una fascia di rispetto dal centro a Borghetto e a Castel S. Giovanni, e verso occidente a Fabbrece che protegga l’evoluzione dell’ambiente in cui le singole evidenze si sono realizzate.

[Trascritto da Sergio Carloni]

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